APPENDICE

Il 21 è entrata la primavera, oggi si è aggiunta l’ora legale, le giornate sono più lunghe, gli uccelletti cantano, gli idilli della primavera ci sono e si fanno sentire.

Sono uscito fuori al balcone a fumare una sigaretta, quel sole aveva una faccia tremendamente conosciuta, ho fatto una doccia, con l’immagine di quel sole in testa, ed una lieve angoscia ke nn riuscivo a spiegare in maniera poi così lampante, dove l’avevo già visto quel sole?

Poi quasi per caso, mi sono ritrovato a pensare a Parghelia, ed ho riconosciuto quel sole, era il sole che mi aspettava alla stazione di piazza Garibaldi, quel giorno in cui tornai, quel sole che era li, e con la sua luce sapeva ricordarmi il fallimento.

Ecco risolto il mistero quindi, mi sembrava giusto scriverne su questo blog, dato che di questa avventura ne ha visto prologo e epilogo (e ora appendice), col senno di poi forse alcune frasi di una canzone di Liga rappresentano a pieno il mio stato d’animo nei confronti di quello ke è stata un gran fallimento nella mia vita (“ogni passo e in avanti e ti porti tutto quanto che li dietro non rimane niente”; “ogni tanto non ci pensi, non pensarci è già una scelta”).

Non è comunque il caso di drammatizzare, nella vita come ci sono le vittorie allo stesso modo ci sono anche i fallimenti, volevo solo porre l’accento su questa antitesi del Locus Amenus , su questo ambiente così bello e al contempo così diverso dallo stato d’animo.

P.s.

Ovviamente non voglio dire che un ricordo mi rende malinconico, è solo una parentesi, W LA FIGA :D

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150 ANNI DALL’UNITA’ DI ITALIA

Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell’inno nazionale
di cui un po’ mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
se arrivo all’impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.

Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
dovete convenire
che i limiti che abbiamo
ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos’è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c’è un’altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido “Italia, Italia”
c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire
o forse un po’ per celia
abbiam fatto l’Europa
facciamo anche l’Italia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.

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L’UTOPIA

Con questa relazione intendo discutere sul tema della morte secondo Simmel, opponendo ad esso la tesi dell’utopia secondo Ernst Bloch.

Nelle 4 intuizioni della vita Simmel afferma, che è proprio la morte a dar forma alla vita. Questo in netta contrapposizione con la visione classica (si prenda ad esempio Epicuro, il quale affermava che non bisogna aver paura della morte dato che essa sussiste solo in condizioni opposte alla vita).La morte è fondamentale alla vita proprio perché le da forma delimitandola, una forma immanente che appartiene al soggetto (solo ed esclusivamente), sin dalla nascita.
Ogni evento (contenuto) assume il suo senso solo grazie alla forma in cui si inserisce, esso, al di fuori della forma, e al di fuori della dimensione in cui la forma è ubicata (l’immanenza) cioè nella trascendenza, sarebbe totalmente diverso:

il significato costitutivo della morte. In altre parole, essa delimita, o meglio, modella la nostra vita non solo nell’ora della morte, , bensì è un momento fondamentale della vita che ne tinge tutti i contenuti; il fatto che la totalità della vita sia delimitata dalla morte agisce preliminarmente su ciascuno dei suoi contenuti ed istanti; la qualità e la forma di essi sarebbe diversa se esso potesse estendersi oltre questo limite immanente.(le 4 intuizioni della vita pag. 81)

la forma, secondo Simmel , è ineccepibilmente individuale, è un apriori innato ed irripetibile, diverso di soggetto in soggetto.
In pratica, l’opposto di quanto sosteneva Kant, ovvero, una ragione pura trascendentale e comune (quindi impersonale e sovra individuale) alla luce della quale, ogni individuo in maniera uguale (quindi comparabile), discerne il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Una ragione alla quale si “disobbedirebbe” solo attraverso un prevaricare della sensibilità (tentazione) sul raziocinio, idea vile, dice Simmel, dato che sottrae l’uomo dalla responsabilità per il male che crea.

Avendo quindi parlato della forma sia secondo Kant che secondo Zimmel, è ovvio chiedersi chi dei due “abbia ragione”, cioè, quale forma assuma la vita.

Abbiamo visto che per Simmel la forma è delimitata dalla morte, condizione questa scaturita dall’immanenza dell’esser-ci. Ma al di fuori dell’immanenza, nella trascendenza, la vita ha un limite? Se non lo avesse ogni contenuto semplicemente non esisterebbe, dato che, una vita che non ha limite non ha nemmeno forma, e un contenuto, non avendo una forma in cui iscriversi, non esiste.
Ma se esistesse un evento che dia forma all’io trascendentale dall’interno?!
Questi sarebbe senz’altro l’utopia, il non-luogo, lo scopo, appunto il fine, dell’esistere!

Per descrive questo evento cito alcuni passi tratti da “ateismo nel cristianesimo” di Ernst Bloch:

fino ad ora non siamo mai usciti dal nostro io e continuiamo a restarvi. La tenebra ancora ci penetra e non solo perché sentiamo che il nostro qui e il nostro ora – in cui come tutto ci muoviamo – sono troppo prossimi ed immanenti […] noi siamo incompiuti come nessun’altra esistenza vivente, ancora aperti verso l’avanti. E ci proiettiamo tutti in avanti, lavorando ed agendo per qualcosa ancora da venire (ateismo nel cristianesimo pag. 165)
e ancora:
per quanto sia opaca la nostra vita, tuttavia qualcosa ci da una spinta. La fame si annuncia con i suoi colpi … e si pone dunque di fronte alla questione su senso, senza placare la fame di senso ed il non-senso della morte mediante l’oppio del popolo e nemmeno mediante i sogni di un accomodamento nell’aldilà, ma con un lavoro incessante dell’incorruttibile e non deviato diventar coscienti e sulla autentica realizzazione del bisogno utopico (ateismo nel cristianesimo pag 323-324)

se la vita è quindi delimitata dall’utopia, la morte dell’individuo non rappresenterà la morte della forma, l’umanità avrà inglobato l’individuo, il quale, con la sua vita e la sua morte non è sostituibile come una qualsiasi rana (l’esempio che porta Simmer): “l’essere grande” del soggetto non è sparito con la morte, è rimasto a disposizione dell’umanità e del suo progredire verso l’utopia:
l’orrore della morte supera l’angoscia dinnanzi al morire, l’angoscia nel momento di un distacco che avviene ancora in vita. Di una morte che non si può sperimentare nel proprio corpo, ma che è prima tanto più evidente nei cadaveri degli altri. […] per superare ciò occorre un coraggio diverso da quello necessario per vivere e per morire. […]il buono, il bello, il sublime ed il profondo, anche se spezzati ed agenti in una sfera rapita all’uomo, potrebbero rafforzare il nostro esser-ci terrestre, altrove tanto precario, il coraggio della morte, offrendogli l’affetto di una attesa che si volge anche a ciò che contro ogni aspettativa non si è verificato. […] solo laddove- come mai altrove- il cercare, l’attendere, lo stesso non capitolare trovano un posto, permanentemente meta religioso e per la prima volta anche meta-fisico. Una morte sicura va incontro solo a chi si limita a stare in superficie di tutto ciò. Il cadavere viene eliminato e rimosso, quasi spazzato via dalle onde; ma verso dove vanno i fiori? […] il nocciolo di tutti gli uomini è in ogni caso al di la dei confini del caudico, per tutto ciò che in esso ancora diviene. (ateismo nel cristianesimo pag. 314–322).

Ovviamente ogni soggetto crede in una utopia diversa, un cristiano non è (necessariamente) un comunista, e viceversa … ciò che conta non è “il contenuto” dell’utopia, a dar forma al pensiero comune è, già di per se, l’idea stessa dell’utopia, cioè un qualcosa che non è e che può essere, un fine che super l’individualismo (l’individuo e la sua morte) diventando progetto collettivo e comune dell’umanità.

C’è però da fare una precisazione:
l’utopia, così come la ragion pura, non sono insite nell’uomo, insita è semmai la forma individuale (coerente con l’immanenza dell’esistenza), per dirlo in maniera Heideggeriana l’utopia non è nell’esser-ci!
Certamente ognuno, sulla propria isola, nella propria individualità, può credere di compiere un qualcosa di trascendentale, di storicamente rilevante, invece, così come afferma anche Nietzsche in un tratto della seconda inattuale, egli asseconda solo una esigenza del suo spirito dionisiaco.
Se non è quindi possibile pensare all’utopia nell’esser-ci, è almeno possibile uscire da questi? È possibile aprire una crepa nello spazio immanente per guardare oltre?

Emmanuel Levinas, certamente un filosofo etico e politico più che teoretico, proprio in contrapposizione all’esser-ci dell’ente di Heidegger, parlò di un “altrimenti che essere”, un’altra dimensione del pensare ove non ci sia violenta riduzione “dell’altro al medesimo”.
A questa nuova dimensione del pensiero si “accede” con la paralisi provocata dal darsi del volto dell’altro(il povero, il viandante, la vedova. Immagini che Levinas prende dalla Thorà), una paralisi che fa del soggetto un “ostaggio” dell’altro, non più un esser-ci, ma un ecco-mi:
accesso caratteristico in cui colui che accede appartiene egli stesso alla concretezza dell’incontro senza poter prendere la distanza necessaria allo sguardo oggettivante, senza potersi liberare dalla relazione […] trascendenza che non sarebbe quindi la semplice deficienza di immanenza, ma l’eccellenza irriducibile del sociale nella sua prossimità, la pace stessa. Non la pace della sicurezza e della non aggressione, che assicura a ciascuno la sua posizione nell’essere, ma la pace che è già questa non-in-differneza . (tra di noi. Saggi sul pensare-all’altro pag.228)

il soggetto Levinasiano, “torna” poi al suo esser-ci, attraverso la comparsa di “un altro prossimo” (un terzo)… ma il soggetto vivrà in un’altra forma, quella che Levinas definisce “giusta”. In pratica vivrà con giustizia, scaturita dalla intelligibilità ottenuta con l’uscita dal suo spazio esistenziale:
la giustizia consiste nel rendere nuovamente possibile l’espressione in cui, nella non-reciprocità, la persona si presenta nella sua unicità.

Osservando quindi questo meccanismo etico ipotizzato da Levinas, è concepibile pensare che il darsi dell’utopia ci porti nella stessa maniera, ad una nuova visione ontologica, ad una nuova forma, non più individuale e immanente, ma universale e trascendentale, non più limitata dalla morte, bensì dalla utopia.

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DAGLI EMO AI BIMBNIMINKIA

L’argomento è di attualità, quindi lo tratterò in maniera meno filosofica possibile…

Reietti erano gli EMO, reietti dai reietti sono stati i TRUZZI, oggi “abbiamo” i BIMBIMINKIA… dico “abbiamo” perché se gli emo si riconoscevano nell’emo ed i truzzi si riconoscevano nel truzzo il termine bimbominkia è coniato ed usato esclusivamente nel mainstream…

al di la dello stereotipo, ovvero la ragazzina preadolescente (non adolescente) che ascolta Justin Biber e che riempie il suo profilo di social network con fotografie glam (glam= brillante, appariscente, vistoso) con l’intento di essere glamour (glamour= alla moda, fashion); il bimbominkia (utilizzo questo termine perché appunto non ve ne sono altri) non si riconosce nella classica depressione borderline adolescenziale (com’è negli emo) o nel “ti lovvo” e nella musica tunz tunz tunz (com’è nei truzzi)… cioè la musica di biber (se nn vado errato un R&B) non è particolarmente migliore o peggiore di quella dei tokio hotel o dei vari gigi de martino…

quindi qual è la discriminante?

Dal punto di vista della “massa” (per così dire) abbiamo appunto detto determinati gusti musicali, preadolescenza, e soprattutto zoccolamma…

Il problema invece è che dal punto di vista del “bimbominkia”, una discriminante non esiste, se l’emo era fiero di essere emo, se il truzzo riconosceva di essere “discotecaro”, il “bimbominkia” non riconosce di essere “bimbominkia”…

identità priva di identità?

Per andare più a fondo è quindi il caso di smettere di usare il termine “Bimbominkia” e spiegare, al di la degli stereotipi, delle antipatie e delle simpatie, di chi stiamo parlando: parliamo di un ragazzo (o ragazza) nato dal 93/94 in su, nato nell’era dei reality e dei social network, in una fase più che particolare della comunicazione di massa… social network e reality show (la semplice punta dell’ice-berg di un processo ben più lungo e profondo anche nel tempo), emblemi di un identità data dall’apparire dell’identità… l’identità che appare ne è una, ma appare a milioni di persone, se già due persone si immedesimano in quell’identità (e qui subentra un discorso di forza plastica) quell’identità non sarà più identità ma sarà un paradosso, per l’appunto l’identità impersonale…

Dov’è la novità? anche gli emo sono convinti di essere diversi gli uni con gli altri quando in realtà sono tutti uguali!

Gli emo appaiono uguali e forse la pensano uguale, ma l’apparire è pur sempre sommesso all’essere, (i tagli sul mio braccio appaiono perché io ho voluto tagliarmi in conseguenza della mia volontà), i “bimbiminkia” forse sono diversi e in certi aspetti appaiono diversi, ma l’apparire è sommesso solo all’apparire.

 niente di sbagliato, per nessuna causa le penne dei pappagalli sono di colore diverso,(cito appunto l’esperimento di Portland)… non c’è nulla di male nell’apparire per l’apparire.

Gli uomini non sono pappagalli però, quindi si presume che scelgano di apparire per apparire… qui invece non c’è la scelta, si appare perché è il solo modo di essere identità… ma nell’apparire l’identità si perde nell’impersonale…

Ovviamente questo non è un discorso circoscritto solo ai bimbiminkia, però forse loro sono gli emblemi di questo (cosi come i reality e face book sono gli emblemi , semplice punta dell’ice-berg di un processo ben più lungo e profondo anche nel tempo)

La domanda conclusiva ne è quindi una,i media hanno davvero distrutto il nostro Libero arbitrio?

Un professore, parlando di media, non potè esimersi dall’usare la cara vecchia formula “la classe che detiene i mezzi di produzione impone…”

Sorge quindi spontanea una domanda, se quel cattivone del capitalista, che tiene tutto per se e non da mai niente a nessuno, ottenesse più lucro dal pizzetto di Fabio Fazio, anziché dalle bocce di Cristina del Basso, continuerebbe a mettere Cristina del Basso in prima serata? Ammenocchè non sia un masochista (o un filantropo che dona pretesti per le seghe)…

Nel mercato è quindi la domanda a generare l’offerta, non il contrario… se sul 1, sul 2, sul 3 sul 4 sul 5 e sul 6 non fa niente, credo ke pochi preferirebbero il programma meno peggio ad un buon libro, ad una chattata, o almeno ad una sambuca al bar!

Certo, chi sceglierà il meno peggio avrà perso il suo libero arbitrio, ma in fondo nessuno di noi possiede libertà di pensiero fino in fondo…

Niente paura il pensiero avrà sempre la meglio sul capitalismo e sul consumismo… basta solo ricordarci di dovere essere e non di avere nei confronti dell’essere quel conato che si chiama desiderio…

Se hai letto tutto fino alla fine ti consiglio trovarti un lavoro, perché viuol dire che davvero non hai un cazzo da fare…

Un saluto a tutti

Io vado a farmi una pugnetta sulle boccie di Cristina del Basso

W LA FIGA

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Ciao mondo!!

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CIAO 2010 BENVENUTO 2011

Lo so, è una vita che non aggiorno ‘sto blog, ma il consueto intervento di chiusura d’anno è d’obbligo…

Questo silenzio non è affatto dovuto ad un blocco dello scrittore (ammesso “e non concesso” che tale sia) o ad una sorta di sciopero o magari al fatto che semplicemente non abbia nulla da scrivere, anzi di cose da scrivere ce ne sono fin troppe… una causa potrebbe essere il fatto che, (sia ben chiaro) non so perché, io mi stia umanizzando, nel senso di humanitas, in pratica mi sto basando più sulla comunicazione e (lievemente) meno sulla scrittura come attività pura, è emblematico come abbia fatto riparare la mia chitarra acustica e abbia (sempre minimamente) tralasciato l’elettrica… sintomi di pragmatizzazione?! Può darsi ma spero di no!

Ma arriviamo al sodo… che dire di questo 2010 che si appresta a lasciarci?! Bhe l’evento caratterizzante è stato certamente un grandissimo fallimento, sul quale ho qui iperargomentato, ma attenzione, se c’è una cosa che ho imparato è quello di non sottovalutare mia l’effetto sliding doors (il battito d’ali di farfalla in brasile che scatena un uragano in texas)… forse da Parghelia sono ritornato con una ferita che difficilmente si rimarginerà, ma forse, proprio come il soldato di Samarcanda che per sfuggire allo sguardo della morte va proprio dove ella lo aspettava, era in un certo senso destino che io dovessi avere quella ferita, per tornare qui a Torre e infilare le possibilità che l’avventura estiva mi avrebbe offerto in una ampolla di vetro nel grande scaffale dei se… 

In ogni caso non perdo il mio spirito, il mio pensiero, se il 2010 è iniziato bene sotto alcuni punti di vista è male per altri, ora che siamo alla fine la situazione è sembrata rovesciarsi anche se, e lo dico con l’oggettivà che ho sempre cercato, il male di questi ultimi tempi sembra essere limitato, e in ogni caso dovuto alla sfortuna più che a una qualsiasi inettitudine di sorta…

In bilancio aleggia sempre il fantasma di luglio, ma a luglio, per un gran fantasma c’è stato anke un gran raggio di sole che tutt’oggi illumina il mio volto.

Sto scrivendo senza aver ancora letto i post dei precedenti capodanno (ricordo che feci lo stesso anche lo scorso anno), ciò che non ricordo e se detti un giudizio negativo o positivo all’anno in questione…

Se dovessi dare un voto a quest’anno, forse per inerzia lo considererei positivo, ho sostenuto il doppio degli esami, ho cominciato l’avventura radiofonica, mi sono auto-munito… eppure non lo definirei meglio degli anni precedenti (il che sarebbe preoccupante, dato ciò, se non vado errato, costituirebbe per me una inversione di tendenza)… oppure (essendo più ottimisti) forse quest’anno è stato decisamente positivo, solo che, essendo io proteso verso il meglio, questa positività non la riesco a percepire a pieno…

Evitando ulteriormente di ridermi addosso come kripp il pagliaccio, parlando con un fittizio venditore di lunari, mi do’ una pacca sulla spalla e un grandissimo augurio per il 2011

W LA FIGA ( In ogni caso non perdo il mio spirito, il mio pensiero)    

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AVEVANO LO STESSO NOME

Non ho idea di quanto sia alta la luna la fuori…

Qui è un crepuscolo; la patologia romantica è ormai tramontata, anche se, la scia di luce che ha lasciato (per l’appunto il crepuscolo) è ancora fonte d’ispirazione…

Da gioco letterario concludo quello che, in teoria, sempre un gioco letterario è stato (un po’ meno in pratica)…

Avevano lo stesso nome quelle due ragazze quando l’orologio della mia coscienza segnava un orario molto simile (almeno credo)… l’una mi ha “visto” a 16 anni, l’altra a 20… entrambe fidanzate insoddisfatte (almeno da quel che mi hanno detto), entrambe iperattratte da me (sempre stando a quel che mi hanno detto)… entrambe passate, e con entrambe nulla più di un intensissimo sguardo ci siam scambiati…

Svanite in una nuvola di fumo, nella stessa nuvola ove sono sparito io…

nel fumo di quella sigaretta e nell’evanescenza di queste parole,, parlo di loro, d’una forma d’attrazione che negli occhi (lo specchio dell’anima) nasce cresce e muore…

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